«Il ballo dell’obbedienza – Per essere un buon danzatore, con Te come con altri, non occorre sapere dove conduce la danza. Basta seguire il passo, essere contento, essere leggero, e soprattutto non essere rigido. Non occorre chiederti spiegazioni su che passi Ti piace fare. Bisogna essere come il prolungamento, agile e vivo, di Te. E ricevere da Te la trasmissione del ritmo dell’orchestra, Bisogna non voler avanzare ad ogni costo, ma accettare di voltarsi indietro, di procedere di fianco. Bisogna sapersi fermare e saper scivolare anziché camminare. E questi sarebbero soltanto passi da stupidi se la musica non ne facesse un’armonia. Noi però dimentichiamo la musica del tuo Spirito, e facciamo della vita un esercizio di ginnastica; dimentichiamo che fra le tue braccia la vita è danza, che la tua santa volontà è di un’inconcepibile fantasia…»
Madeleine Delbrêl
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La forza del pentimento
«L’obbedienza è la fame di essere nelle mani di Dio» (Madeleine Delbrêl)
«La parabola parla di due fratelli che hanno una cosa in comune: entrambi finiscono per agire diversamente da quanto hanno detto. Il primo dice di no e poi ci va; il secondo dice di sì e poi non ci va. Qual è allora la differenza tra i due? Sta in una parola che Matteo riferisce soltanto al primo fratello: il “pentimento”.
Il secondo dice una cosa e poi ne fa un’altra. A parole sembra obbediente e coerente, ma nei fatti si sottrae alla richiesta del padre e rimane lì dov’è. Del primo figlio, invece, e soltanto di lui, si dice che si pentì (Mt 21,29): dapprima afferma di non averne voglia, ma poi si pente. È un vero cambiamento di direzione, una vera conversione.
Lo stesso termine, pentimento, ricompare nell’ultimo versetto. Gesù dice ai suoi interlocutori che, davanti a Giovanni Battista, i pubblicani e i peccatori si sono convertiti. I farisei e i capi hanno visto e ascoltato il Battista; hanno visto anche la conversione dei pubblicani e dei peccatori, eppure non si sono pentiti così da credergli (Mt 21,32). C’è dunque il pentimento degli ultimi, dei pubblicani e dei peccatori, che passano dal no iniziale alla proposta di Dio a un sì pronunciato con la vita. Ma c’è anche un pentimento chiesto ai primi, ai giusti, agli operai della prima ora.
In che cosa consiste questo pentimento? Se ripensiamo anche alla parabola di domenica scorsa, quella degli operai dell’ultima ora, potremmo dire che la conversione dei primi consiste nell’arrendersi alla gratuità del dono di Dio. Gli ultimi si convertono più facilmente dei primi e, dice Gesù, passano loro avanti (Mt 21,31). Non perché siano migliori, ma perché possono essere raggiunti e sono disposti a cambiare. Il loro cuore non è protetto da strutture o da ruoli: non hanno nulla da difendere. E quando la Parola li raggiunge, si mettono in cammino.
Per i primi, per i giusti e per i buoni, è più difficile. Il loro pentimento è più faticoso, perché richiede di rinunciare alla propria giustizia e alle proprie sicurezze, e dunque anche alle idee che si sono costruiti su di sé e su Dio. È la conversione di chi riconosce di essere, come tutti, bisognoso di salvezza e di misericordia; e proprio per questo diventa libero di gioire del bene, ovunque esso si riveli e si offra gratuitamente a tutti» (Pierbattista Pizzaballa, Meditazioni).
«Essere mandati da te, o Padre, a lavorare nella tua vigna è un grande onore di cui non siamo degni,
ma noi spesso lo sentiamo come un peso
e, quasi tu fossi un padrone anziché un padre, nell’obbedirti opponiamo resistenza.
Ora siamo come il figlio che dice ‘sì’ e poi non va a lavorare nella vigna;
ora siamo come quello che dice ‘no’ e poi si pente e obbedisce.
Il nostro animo sempre oscillante tra la prontezza e l’indolenza, tra la docilità e la resistenza
ci priva della pura gioia della gratuità.
Abbiamo bisogno di crescere nella fede per conformarci al tuo Figlio
che si è fatto per noi servo obbediente, obbediente fino alla morte di croce.
Abbiamo bisogno di crescere nell’amore
per farti omaggio della nostra volontà e gustare la vera libertà dei tuoi figli.
Donaci, Padre, di trasformare in ‘sì’ i tanti ‘no’ che opponiamo al tuo volere,
e continua a darci tempo per cambiare, tempo favorevole per fare della nostra vita
un ‘eccomi’ come la vita di Abramo, come tutta l’esistenza di Maria
e quella del tuo amatissimo Figlio. Amen» (Anna Maria Canopi).
