«Poiché siamo tutti imperfetti e peccatori, vivere insieme non è impresa facile. I difetti e le povertà degli uni si scontrano quasi inevitabilmente con quelli degli altri. Se la cosa più necessaria per instaurare la fraternità è esercitarsi nella benevolenza, nella pazienza, nel perdono, nella riconciliazione, non meno importante è la correzione fraterna»
Anna Maria Canopi
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Correggere: voce del verbo amare
«Una volta per sempre ti vien dato questo precetto: “Ama e fa’ ciò che vuoi”.
Se taci, taci per amore. Se parli, parla per amore.
Se correggi, correggi per amore. Se perdoni, perdona per amore.
Sia in te la radice dell’Amore. Da questa radice non può uscire che del bene» (S. Agostino)
Corresponsabilità nel cammino – «Il testo del Vangelo, tratto dal capitolo 18° di Matteo, dedicato alla vita della comunità cristiana, ci dice che l’amore fraterno comporta anche un senso di responsabilità reciproca, per cui, se il mio fratello commette una colpa contro di me, io devo usare carità verso di lui e, prima di tutto, parlargli personalmente, facendogli presente che ciò che ha detto o fatto non è buono. Questo modo di agire si chiama correzione fraterna: essa non è una reazione all’offesa subita, ma è mossa dall’amore per il fratello. Commenta Sant’Agostino: “Colui che ti ha offeso, offendendoti, ha inferto a se stesso una grave ferita, e tu non ti curi della ferita di un tuo fratello? … Tu devi dimenticare l’offesa che hai ricevuto, non la ferita di un tuo fratello” (Discorsi 82,7).
E se il fratello non mi ascolta? Gesù nel Vangelo odierno indica una gradualità: prima tornare a parlargli con altre due o tre persone, per aiutarlo meglio a rendersi conto di quello che ha fatto; se, malgrado questo, egli respinge ancora l’osservazione, bisogna dirlo alla comunità; e se non ascolta neppure la comunità, occorre fargli percepire il distacco che lui stesso ha provocato, separandosi dalla comunione della Chiesa. Tutto questo indica che c’è una corresponsabilità nel cammino della vita cristiana: ciascuno, consapevole dei propri limiti e difetti, è chiamato ad accogliere la correzione fraterna e ad aiutare gli altri con questo particolare servizio.
Un altro frutto della carità nella comunità è la preghiera concorde. Dice Gesù: “Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18,19-20). La preghiera personale è certamente importante, anzi, indispensabile, ma il Signore assicura la sua presenza alla comunità che – pur se molto piccola – è unita e unanime, perché essa riflette la realtà stessa di Dio Uno e Trino, perfetta comunione d’amore. Dice Origene che “dobbiamo esercitarci in questa sinfonia” (Commento al Vangelo di Matteo 14,1), cioè in questa concordia all’interno della comunità cristiana. Dobbiamo esercitarci sia nella correzione fraterna, che richiede molta umiltà e semplicità di cuore, sia nella preghiera, perché salga a Dio da una comunità veramente unita in Cristo. Domandiamo tutto questo per intercessione di Maria Santissima, Madre della Chiesa, e di San Gregorio Magno, Papa e Dottore, che ieri abbiamo ricordato nella liturgia» (Benedetto XVI, Angelus – 4.09.2011).
Il torto che salva – «È proprio vero che un essere umano si ama veramente quando gli lasciamo la libertà di sbagliare. Solo quando la ferita dell’altro, dopo averci distrutto, diventa una perla nella nostra esperienza allora saremo in grado di guadagnare un fratello. È interessante che Gesù ci inviti a recuperare un fratello proprio a seguito di un torto che egli ci ha fatto. Fratelli si diventa per i torti subiti, non per i risultati ottenuti. L’errore diventa la più faticosa palestra di fraternità, occasione di conoscenza reale che innesca in me stesso il sospetto che, a volte, si sbaglia per solitudine o angoscia. Il dissidio non costituisce la fine della relazione, ma il suo sbocco verso fratelli e sorelle nuovi dai quali non pretendere prestazioni né perfezionismi.
La correzione fraterna (o aiuto fraterno) nasce dal desiderio di vivere relazioni autentiche e non commerciali. Ammonisco chi amo, non chi tollero. Ammonisco, se desidero che quella persona diventi migliore e non vittima dei suoi stessi errori. Ci si salva solo insieme, anche grazie ai torti subiti. Ci si salva dai meccanismi malefici che gli errori riproducono quando si costruisce nella storia quotidiana la salvezza che invoca custodi e non giudici di fratelli. Soprattutto quando sono perdenti e ripieni di amarezza. Il fratello da salvare è il nemico da amare» (Roberto Oliva, L’Osservatore Romano – 05.09.2023).
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